C’è un articolo pubblicato il 19 agosto 1965 sulla rivista Le Ore (testata culturale che chiuse nel 1967), firmato da un certo Bruno Trevi — un nome che, diciamolo, suona più come un personaggio di un film d’autore che come un giornalista. Ma pseudonimo o meno, quell’articolo ha il potere di fare qualcosa di speciale: raccontare con una sincerità disarmante l’anima vera della Riviera Romagnola degli anni ’60.
Sì, proprio quell’epoca in cui le vacanze sapevano di risate, sabbia calda, sandali di cuoio, cartoline e crema solare al cocco. Ma dietro la cartolina perfetta, c’era il cuore grande dei romagnoli, che con sudore e sogni hanno trasformato la costa adriatica in un regno incantato del turismo popolare.
Immaginatevi una famiglia che parte da zero, armata solo di fede nel futuro, qualche cambiale e tanta, tantissima buona volontà. Nessuna scuola alberghiera, nessun master in marketing turistico – solo cuore, ospitalità e il profumo del ragù della domenica che si trasforma, magicamente, in menù per i turisti.
La moglie, abituata a cucinare per i figli, ora cucina per venti ospiti. Il marito? Fa tutto: portiere, cameriere, elettricista, animatore – e sempre con il sorriso.
Prendo in prestito le parole del grande Paolo Cevoli (che nella sua Pensione Cinzia ci è proprio cresciuto) per spiegare cos’era – e cos’è ancora – l’imprenditorialità romagnola. Dal suo mitico Manuale di marketing romagnolo (edizione Solferino) ci portiamo a casa i 3 pilastri fondamentali:
Voglia di lavorare
Positività
Confusione mentale (quella bella, da cui nascono le idee geniali!)
Ecco, negli anni ’60 c’erano tutte e tre. Nessun business plan, ma una voglia matta di buttarsi, di provarci, di accogliere il mondo con un sorriso. Con un occhio al cliente… e l’altro alle previsioni del tempo.
Erano anni d’oro. Anche per il marco tedesco, che rendeva la vacanza italiana ancora più appetibile per i nostri amici del Nord. Cattolica, Rimini, Riccione erano veri e propri parchi giochi a cielo aperto.
C’erano birrerie improvvisate, balere scatenate, discoteche ruggenti, spettacoli per tutti i gusti. E non solo da guardare: i villeggianti partecipavano attivamente! Con concorsi di Miss, gare di ballo, di nuoto e di castelli di sabbia.
E i fotografi di strada? Sempre pronti a immortalarti mentre ballavi il twist, brindavi con un Campari o sorridevi col naso arrossato dal sole. Quelle foto diventavano souvenir indelebili, da appendere sul frigo o tenere in tasca per tutto l’inverno, nella grigia città.
Molti dei locali di quegli anni oggi non esistono più, ma uno resiste stoicamente al tempo: il mitico Canasta in Viale Ceccarini, a Riccione. Una vera capsula del tempo per chi vuole respirare, anche solo per una sera, l’atmosfera autentica della Riviera che fu.
L’articolo che trovate scansionato leggetevelo lasciandovi trasportare da queste righe per un viaggio senza valigia, tra l’odore del mare, i jukebox che suonano Peppino di Capri e i sorrisi sinceri degli albergatori romagnoli.
Un’epoca dove tutto sembrava possibile. E forse lo era davvero. Perché la Riviera Romagnola non è diventata d’oro da sola… ma grazie alla tenacia, all’allegria e alla passione infinita dei suoi abitanti.




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